Namsal Siedlecki

Vincitore 2019
Teste (Trevis Maponos)

2019, tre elementi, rame elettrodepositato, cm 30x12x21 ciascuno.

Namsal Siedlecki ha vinto il XX Premio Cairo; la sua opera "Teste (Trevis Maponos)" è stata giudicata la migliore con questa motivazione:

"L’edizione 2019 è stata caratterizzata dalla partecipazione di dieci artisti italiani e, per la prima volta, da dieci artisti di differenti nazionalità che operano in Italia. E in tale occasione la memoria  di miti antichi si fonde plasticamente con riti di consumo contemporanei facendo della scultura un rinnovato processo alchemico."

La sua opera ha vinto il premio di 25.000 euro.

Namsal Siedlecki vive e lavora a Seggiano (GR). Nel 2015 ha vinto la quarta edizione del Premio Moroso e il Cy Twombly Italian Affiliated Fellow in Visual Arts presso l’American Academy a Roma, e il Gamec Prize presso il Museo Gamec di Bergamo nel 2019.

Tra le sue mostre più recenti si segnalano:
#80 #90, Villa Medici, Roma (2019);
6th Moscow Biennale for Young Art, Mosca (2018);
Titolo IV, Villa Romana, Firenze (2016);
Integument, Frankfurt am Main, Berlino (2016);
TU35, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato (2015);
Così Accade, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2014);
Crisalidi, Fondazione Pastificio Cerere, Roma (2013).

Con Teste (Trevis Maponos), la scultura in concorso, Namsal Siedlecki raggiunge una sottile sintesi tra riti contemporanei e segreti millenari, donando una nuova dimensione espressiva e concettuale ad alcuni ex voto gallo-romani. Nella visione dell’artista, le figure votive lasciate nelle aree sacre dei templi antichi sono in qualche modo comparabili alle monetine lanciate nella Fontana di Trevi a Roma: entrambi hanno a che fare con gesti rituali ed espressioni di buon auspicio. Per queste ragioni, nel processo di galvanizzazione utilizzato nella realizzazione dell’opera, Siedlecki ha sfruttato proprio quelle monete che, per varie ragioni, non possono essere convertite ad altro uso. Le tre sculture richiamano formalmente le linee morbide di Henry Moore e, sebbene appartengano a una dimensione atemporale, mantengono un legame inscindibile con il presente, rimanendo sempre parte attiva di un processo in continua trasformazione: l’ossidazione del rame, infatti, sfugge al controllo dell’artista. Il contatto del metallo con l’ossigeno dell’aria produce così diverse reazioni fisiche, alterando dinamicamente l’aspetto di ciascuna delle tre teste. Quasi fossero desideri bloccati in un limbo, in attesa di avverarsi.
Irene Sofia Comi